L’autore del primo gol nella storia del Cagliari fu ovviamente un giocatore nato e cresciuto nel capoluogo. Era il 1920, piena epoca pionieristica per il pallone. Non esisteva certo il professionismo, i club che nascevano come funghi in tutte le città italiane erano composti esclusivamente da volenterosi elementi indigeni, soprattutto studenti, che si dedicavano con uguale dedizione anche ad altri sport, in primis la ginnastica e l’atletica. Uno di questi era Alberto Figari, noto con il soprannome di “Cocchino”, studente di medicina all’Università di Cagliari e autore di una tripletta in Cagliari-Torres, partita che l’8 settembre del ‘20 inaugurò l’epopea rossoblù.

Figari, classe 1902, era stato cooptato dal presidente e fondatore del sodalizio, Gaetano Fichera. Come scrive Corrado Delunas nel suo volume “La grande storia del Cagliari”, “Cocchino” era un attaccante dotato di grande visione di gioco e un tiro potentissimo. Una volta a quanto pare, durante una partita contro la Corazzata Duilio (sì, erano proprio altri tempi), sfondò addirittura la rete con una conclusione in porta. Genoa e Bologna, all’epoca le squadre italiane più blasonate, avrebbero voluto acquistarlo, ma il padre voleva che il figlio si dedicasse esclusivamente agli studi e non gli diede mai il permesso di oltrepassare il Tirreno. Figari intraprese in seguito la carriera di grande Ufficiale Medico. Il primo vero bomber del Cagliari è lui.

Il più giovane giocatore in gol con la maglia del Cagliari invece appartiene a tempi più recenti: Daniele Ragatzu, quartese purosangue, nato il 21 settembre 1991. Gioiello del vivaio cagliaritano dopo gli inizi alla Ferrini, era stato aggregato in prima squadra con l’inizio della gestione Allegri, stagione 2008-09. L’esordio in A nel marzo 9 contro il Torino, a 17 anni, subentrando ad Alessandro Matri. Il primo gol appena un mese dopo, il 10 aprile, al “Franchi” di Firenze, dopo soli due minuti dall’ingresso in campo: su un cross dalla sinistra, assist al volo di piatto da parte di Cossu e comodo tocco di Daniele nella rete sguarnita. Il giovane attaccante ha doti tecniche di prim’ordine, è rapido e guizzante, fisicamente si fa rispettare. Gli allenatori che si succedono sulla panchina rossoblù lo stimano, ma bisogna fare i conti con Matri, Jeda, Acquafresca: insomma, la concorrenza è formidabile.. Daniele si ritaglia buoni spazi, segna altri gol, anche di ottima fattura, ma non riesce a sfondare definitivamente. Va in prestito in diverse squadre della penisola, alcuni seri infortuni lo limitano. Adesso, a 25 anni, cerca di rilanciarsi nel clima familiare di Olbia.

Dopo l’addio di Gigi Riva, la coppia d’attacco della metà degli anni ’70 era tutta fatta in casa: Gigi Piras e Pietro Paolo Virdis, più sardi di così non si può, l’uno di Selargius, l’altro di Sindia. I due si intendevano benissimo, dentro e fuori dal campo. Sembravano nati per giocare insieme. Entrambi tecnici e fortissimi in acrobazia, forse non velocissimi sul breve, ma intelligenti tatticamente e capaci come pochi di cogliere l’attimo fuggente in area di rigore. Dei due, Virdis è quello che ha raccolto le migliori soddisfazioni in carriera: tre scudetti (due con la Juventus e uno col Milan), una Coppa dei Campioni in maglia rossonera, una Coppa Italia in bianconero,  la Nazionale B e l’Under 21, una caterva di gol nelle Coppe Europee. Esordì in rossoblù nel 1974-75, ma gli inizi furono difficili. In quella stagione non segnò nemmeno un gol. I  tifosi non l’amavano, scuotevano la testa davanti alla sua andatura ciondolante, che ad un esame superficiale faceva pensare ad un atteggiamento poco combattivo. Lui non aveva un carattere facile (a Vicenza dopo una espulsione ebbe un vivace scontro verbale con il Presidente Delogu). In B si consolidò l’intesa con Piras. Pietro segnò a raffica (18 gol, 10 Piras), la promozione non arrivò solo a causa del nefasto Giallo dell’Arancia. Si fece viva la Juventus, in cerca di forze giovani per rinnovare la squadra. La Società bianconera offrì un bel po’ di denari, il Cagliari ovviamente disse di sì: solo che il giocatore non era d’accordo. Uno scandalo: era la prima volta che un calciatore rifiutava la Juventus. Seguirono settimane convulse di trattative per convincere l’orgoglioso attaccante sardo ad accettare il trasferimento. Boniperti, terrorizzato all’idea di un altro fallimento dopo i vani tentativi di strappare Riva al Cagliari, trascorse le vacanze facendo la spola tra Torino e la Sardegna. Alla fine, Virdis si decise ad accettare. A distanza di anni così spiegò la sua riluttanza: “Volevo a tutti i costi riportare il Cagliari in Serie A. Oltretutto mio padre era scomparso da poco, non me la sentivo di lasciare la Sardegna”.

L’esperienza in bianconero non fu felice. A Torino conobbe la moglie, ma non si ambientò mai del tutto e vari problemi di salute ne minarono il rendimento. Boniperti ad un certo punto lo cedette di nuovo in prestito al Cagliari, dove ritrovò forma e morale. Segnò anche un gol a Torino contro la sua Juventus e un suo colpo di testa, la specialità della casa insieme ai rigori, mise ko la Roma di Liedholm e Falcao. Gli anni della maturità furono i migliori. Contribuì ad aprire il grande ciclo del Milan di Berlusconi insieme a Gullit e Van Basten, fu capocannoniere nel 1986-87. Soltanto la maglia azzurra gli sfuggì. Il commissario tecnico Vicini preferì puntare su elementi più giovani. Un grande rimpianto per Virdis, che ora gestisce un ristorante nel centro di Milano. In rossoblù ha giocato 97 partite segnando 29 gol.

Il suo gemello Piras invece ha dedicato tutta la carriera al Cagliari, diventandone il capitano e leader indiscusso. Le richieste da parte di altre squadre non gli mancarono (Genoa, Napoli e Roma), ma per un motivo o per l’altro il trasferimento non si concretizzò mai. Esordì a neanche 20 anni, in un Cagliari-Fiorentina. Entrò in campo a gara in corso, sostituendo Nenè. A nove minuti dal termine, Gigi si lancia su una palla vagante in area e scaraventa in rete: un gol da opportunista, diventato un po’ il suo marchio di fabbrica, insieme allo stacco aereo. Il resto è storia, non leggenda: perse una lente a contatto (fu uno dei primi giocatori a portarle) e rientrò a casa, a Selargius, a bordo del C Rosso, preso da piazza Matteotti. Gori gli fece la cortesia di accompagnarlo alla fermata sulla sua Spider. Piras con gli anni diventò il punto di riferimento imprescindibile per tutti i nuovi calciatori e allenatori. Gustavo Giagnoni sosteneva che con altri dieci Piras avrebbe vinto lo scudetto. Anche a Gigi mancò la soddisfazione di una maglia azzurra. “Purtroppo a quei tempi la concorrenza era spietata e non c’erano selezioni come l’Olimpica”, ha sempre detto. Intanto però ha fatto gol praticamente a tutte le squadre italiane di rango. Le sue vittime preferita erano la Fiorentina e la Roma. Forse per questo Liedholm l’apprezzava tanto e avrebbe voluto portarlo in giallorosso. La sua grande giornata, nel 1982, a Milano contro l’Inter. Segnò una doppietta, vitale per la permanenza in A; il secondo, roba di pura fantascienza, in contropiede dopo una lunghissima fuga in velocità palla al piede alla Ibarbo, lui che proprio velocista non era. Il gol che ricorda con meno piacere, quello alla Juventus, nel 1983. Il Cagliari si giocava la sopravvivenza, un punto sarebbe bastato. La Juventus preparava la finale di Coppa dei Campioni, non ne aveva voglia. Un gol di Piras fu uno schiaffo per lo squadrone bianconero che pungolata nell’orgoglio si mise a giocare sul serio. Platini e Boniek capovolsero il risultato e il Cagliari affondò sette giorni dopo contro l’Ascoli di Mazzone.

Nel 1986 invece Gigi fu il vero salvatore della patria. Emarginato da Ulivieri, tornò in squadra con l’avvento di Giagnoni e coi suoi gol evitò la retrocessione in C. L’anno seguente si prese la rivincita sulla Juventus, segnando la rete che estromise i bianconeri dalla Coppa Italia in casa loro. Il Cagliari arrivò in semifinale, eliminato dal Napoli di Maradona, ma precipitò in C, travolto da una crisi tecnica e finanziaria. Per Piras fu il canto del cigno: 87 gol in 327 presenze, potevano bastare. Solo Riva e Suazo hanno fatto meglio.

A cavallo tra gli anni ’50 e i primi ‘60 ad accendere i tifosi dell’Amsicora era Tonino Congiu. Minuscola ala sinistra, rapidissima, in possesso di un dribbling mortifero e un tiro preciso, Congiu nacque in un quartiere popolare di Cagliari nel 1936. Da ragazzino, andava agli allenamenti a piedi, da Su Stangioni all’Amsicora: un bel training di riscaldamento. I tifosi l’avevano soprannominato “Su Sirboni”, il “Cinghialetto”, sia per la stazza fisica che per il modo di porre il corpo quando dribblava il difensore di turno. E’ stato l’ultimo numero 11 del Cagliari prima dell’avvento di Gigi; non solo, i tifosi masticavano amaro perché non volevano che il loro idolo venisse messo da parte per fare posto a quello sconosciuto ragazzino proveniente dalla Lombardia. Congiu fece in tempo a giocare anche una partita in Serie A, nel 1964-65. Chiuse la sua parabola con 170 presenze e 32 gol. In seguito entrò a fare parte dello staff tecnico rossoblù: guidò la Primavera e per molti anni fece da secondo a Mario Tiddia.

Gli anni ’30 vedono alla ribalta Gianni Pisano. Classico centravanti di sfondamento, riusciva a farsi largo con la sua mole nel cuore delle affollate aree di rigore avversarie per poi scaricare dei tiri fortissimi a rete. Fu un vero idolo per i tifosi che ogni domenica si radunavano in via Pola.Laureato in ingegneria, vide i suoi anni migliori portati via dalla guerra. Stesso destino per  un altro giocatore di quel periodo,Antonio Ragazzo, fromboliere con pochi eguali. Dello stesso periodo la dinastia dei fratelli Fradelloni, di cui Antonio è il vero cannoniere. Ala destra rapida e veloce, precursore di altri esterni d’attacco come Moriero, Esposito o Vasari, era soprannominato “Manina” per l’abilità di portarsi avanti il pallone con la mano, alla faccia del Fair Play. Rimase nell’ambito della Società anche a fine carriera come allenatore e dirigente.

Gianfranco Matteoli un vero bomber non lo è mai stato: il suo compito era cucire gioco e semmai inventare assist per gli attaccanti. Però come dimenticare il gol che aprì la trionfale vittoria sotto la neve a Malines, nell’andata del terzo turno di Coppa UEFA 1993-94? Un tiro a giro destinato proprio sotto l’incrocio, fuori dalla portata di Michel Preud’Homme, uno dei migliori portieri del mondo. Con dedica successiva per Marco Scorcu, il responsabile sanitario rossoblù. Il capitano era infortunato,  non avrebbe dovuto giocare: furono le sapienti cure di Scorcu a rimetterlo in piedi per partecipare alla partita.

In quella magica notte andò a segno anche un altro sardo, Vittorio Pusceddu. Fu il 3-1 decisivo: lancio dalle retrovie di Veronese, Pusceddu si trova solo davanti a Preud’Homme e lo beffa con un pallonetto millimetrico. Feroce reazione dei tifosi belgi che minacciano di invadere il campo: secondo loro, Pusceddu era in fuorigioco. Il terzino rossoblù aveva una certa confidenza col gol: 12 in cinque stagioni, principalmente segnati con il suo sinistro esplosivo.

Gianfranco Zola è sempre stato un cannoniere principe. Specialista sui calci piazzati, una volta conquistato il posto da titolare fisso al Napoli una volta partito Maradona, ha puntualmente finito il campionato in doppia cifra. Al Cagliari non ha fatto eccezione: 22 gol in due stagioni, le ultime della sua lunga e gloriosa carriera. I tifosi ricordano ancora oggi il suo eccezionale stacco di testa che fruttò il pareggio contro la Juventus. Veramente oltre ai gol segnati bisognerebbe anche accreditargli almeno buona parte di quelli costruiti per i compagni. Esposito, Suazo e Langella ancora oggi sentitamente ringraziano.

L’ultimo della “stirpe” è Marco Sau da Tonara. Prodotto del vivaio, nella Primavera il bomber reputato era Roberto Puddu: lui era la spalla, pur segnando anch’egli con grande regolarità. Il resto è storia: i prestiti in giro per l’Italia, l’esplosione nel Foggia, la consacrazione alla Juve Stabia, il ritorno alla base. Il primo gol, curioso per uno alto appena 1.69, di testa sul campo del Palermo. Il più bello? Forse – scegliamo noi – la rovesciata sul terreno della Pro Vercelli che diede ai rossoblù la certezza della vittoria del campionato di B ai danni del Crotone.

Da Cocchino Figari a Sau è stato un lungo viaggio di quasi 90 anni. Il gol è sempre gol, ma se lo segna uno di noi ha forse un significato e un valore diverso.